mercoledì 13 ottobre 2021

5. Appuntamento alla Mustacchio Edizioni (finale)

 


Due giorni dopo siamo di nuovo a Monfalcone, imbottiti di caffè e pallidi come fantasmi, con un volume alto dieci centimetri che illustra ogni singola pagina del sito internet con tanto di screenshot, didascalie e note a margine. 
Mauro non degna il mattone di uno sguardo e passa subito ai complimenti: "Siete stati fantastici, due veri mostri del web, due autentici fuoriclasse come del resto avevo sempre saputo. Sarete stanchi e affamati. Non muovetevi, vado subito a ordinare il pranzo e qualcosa da bere, poi si festeggia e parliamo di soldi" e balza in piedi, sgattaiolando in un'altra stanza. 
Poi il silenzio. 
Gianni ed io aspettiamo per qualche minuto, scambiandoci occhiate imbarazzate. A un certo punto si avvicina al mio orecchio: "Temo si stia facendo di qualcosa, diamogli tempo" mi sussurra.
Poi va a sedersi al lato opposto della scrivania, si sistema sulla poltrona di Mauro e cerca di avviare il computer. "Vediamo se c'è un po' di musica."
È appena riuscito a far partire un pezzo dei Dire Straits quando Mauro riappare sulla soglia, tremando vistosamente. 
"Sei sulla mia sedia" dice con gli occhi sbarrati. 
Gianni annuisce. "Non faccio niente, tranquillo, metto solo un po' di rock 'n roll."
"Ma lo stai facendo sulla mia sedia."
Il suo sguardo non promette nulla di buono. Gianni si alza lentamente e con le mani bene in vista. "Mi sono tolto dalla tua sedia, va bene? Calmati, Mauro, siamo tra amici."
"Non siamo più amici." Ci addita entrambi: "Adesso sparite per sempre dalla mia vista e non vi fate mai più rivedere, intesi?"
Ci risiamo. "Mauro, è soltanto una sedia" mormoro a capo chino. 
"No, è la mia sedia. E non c'è niente di peggio che occupare la sedia di qualcuno a sua insaputa. Qui non si tratta neanche più di lavoro, ragazzi, qui mancano proprio le basi del vivere civile." 
"Eddai, non è una cosa così grave" cerco di blandirlo, "era sovrappensiero."
"Vaffanculo. Anzi, Vaffankulo con la Kappa! Tutto annullato, gente. Niente lavoro, niente soldi, niente di niente. Siete le persone più spregevoli che abbia mai conosciuto. Vi odio, andate via. Andatevene subito!"
Gianni fa un ultimo tentativo: "Mauro, tu parli sempre di professionalità..."
"Non ne abbiamo mai parlato!"
"...Va bene, comunque tra professionisti queste cose si possono chiarire, no?"
Mauro spalanca un cassetto, estrae settanta centimetri di riga a martello in acciaio e la impugna con entrambe le mani. "Vi ho detto di andarvene immediatamente, sottospecie di buoni a nulla avanzi di galera! Figli di puttana che non siete altro!!!" si mette a urlare. 
Meglio scappare. Corriamo giù per le scale mentre dietro di noi Mauro comincia a fare a pezzi l'ufficio. 

Una settimana dopo mi telefona in lacrime, implorandomi di perdonarlo e di venire a prendere i miei soldi. 
È uno squilibrato ed è anche pericoloso, ma ha i miei soldi. 
Accetto di incontrarlo, ma stavolta mi presento con un serramanico nel taschino del completo per andare sul sicuro. 
Si mostra remissivo e si scusa a più riprese. Sembra sinceramente costernato. Mi paga i mille euro che mi spettano, in contanti. Per farsi perdonare mi offre anche un viaggio gratis a bordo della prima spedizione della neonata Mustacchio Viaggi, destinazione Svizzera.
"Mi faresti un piccolo favore?"
"Be', se il viaggio è gratis..."
"Certo. Pullman, ostello, consumazioni, tutto offerto dalla casa. Devi solo riferirmi cosa è andato storto quando sarai tornato. Ci tengo molto a offrire un servizio di qualità, voglio raddrizzare la vite prima che cresca storta."
"Mi sembra giusto."
"Poi mi prepari anche un trafiletto, una piccola recensione, non più di due cartelle di testo. Stile leggero, giovanile, una cosa simpatica da far girare su quotidiani e riviste per sponsorizzare l'evento, sai, per farci conoscere. C'è già molta aspettativa da parte del pubblico, ma un po' di pubblicità in più non guasta."
"Posso farcela."
Gli stringo la mano e gli sorrido. 
"Abbiamo pronto un contratto a vita per quando torni, caro il mio numero dieci. Ci sarà da lavorare e farsi il mazzo da mattina a sera, ti avverto, ma intanto goditi la Svizzera e divertiti. Te lo sei meritato."
Non credo al contratto, però ho appena vinto una vacanza in cambio di un lavoretto di mezz'ora, e sono seduto su mille euro esentasse. 
Poteva andare anche peggio. 

Il viaggio è di una noia mortale. Figli di papà della bassa friulana discutono incessantemente di design, qualità sostenibile e arredo urbano. Saltiamo a piè pari musei, cattedrali e qualunque attrazione turistica per visitare anonimi cubi di cemento spacciati per capolavori di architettura contemporanea, che i gitanti fotografano entusiasti da ogni angolatura. 
Come se ogni faccia di un cubo fosse diversa dalle altre. 
Il cibo dell'ostello è una schifezza da diarrea fulminante, e non si rimedia un cannone neanche a cacare oro. I dormitori puzzano di piedi e il riscaldamento è acceso a palla. 
La terza notte indosso il cappotto sopra il pigiama ed esco per una sigaretta, salvo scoprire che per rientrare dopo una certa ora bisogna comporre una combinazione di pulsanti che non ci è stata comunicata. 
Trascorro tutta la notte chiuso fuori con tre gradi sottozero. Mi becco l'influenza e passo il resto del viaggio ad agonizzare sul pullman e a farmi di aspirine. 

Dovrebbero riportarci a Udine alle diciotto di un lunedì. Arriviamo all'una di notte per via di un incidente sull'autostrada e relativi ingorghi. 
Non ci sono più treni, né qualcuno disposto ad offrirmi un passaggio per Trieste. 
Scopro che una ragazza di nome Ilaria ha il mio stesso problema: deve recarsi a Pordenone, ma non se ne parla prima delle sei del mattino. Troviamo un minuscolo bar dietro la stazione e ci chiudiamo dentro per tutta la notte a limonare e bere robaccia, in compagnia di due operai serbi e un'ex prostituta in pensione. 
Al mattino ci salutiamo e barcolliamo fino ai rispettivi treni. Non la rivedrò mai più. 
Appena salito sul treno, perdo i sensi. 

Mi risveglio alle undici e non ricordo più nulla. Colto dal panico, faccio la cosa più sbagliata: scendo immediatamente dal treno. 
Mi ritrovo in un paesino del Friuli così piccolo da non avere neanche un nome. La stazione ferroviaria è un prefabbricato di due metri quadrati con un solo binario, dove transitano quattro treni al giorno. 
Quello da cui sono appena smontato era il terzo; per l'ultimo dovrei aspettare fino alle dieci di sera. 
Mi guardo attorno. Ci sono due condomini, un cimitero e un bar. 
Entro nel bar, compro una bottiglia di Montenegro e faccio un giro di telefonate. Da Trieste, familiari e amici partono alla ricerca del villaggio senza nome. 
Tre ore e due bottiglie dopo, l'auto di mia madre appare davanti al bar. 
"Non ho parole" è l'ultima cosa che sento prima di addormentarmi sul sedile del passeggero. 

Ci metto un paio di giorni a riprendermi. Vengo a sapere che nel frattempo lo studio di architettura Mustacchio & Soci ha cambiato nome, la casa editrice e l'agenzia di viaggi sono state vendute a un milionario di Cesena, Gianni si è messo a progettare siti di e-commerce per i negozianti dell'isontino e Mauro è scomparso. 
Riesco a rintracciare i suoi genitori e scopro che ha avuto una specie di esaurimento nervoso. Ha piantato baracca e burattini ed è andato a rinchiudersi in una spa sulle Dolomiti da cui non vuole più uscire. 
Addio lavoro. 

Mio padre mi incolpa puntualmente dell'accaduto e ricomincia a evitarmi. Mia madre, invece, stavolta sembra di un altro avviso. 
"L'ho capito sai" dice una sera a cena, da soli noi due, perché il babbo si è portato la pastasciutta in camera pur di non rivolgermi la parola. 
"Capito cosa?"
"Che non è sempre colpa tua. Magari non sarai uno stinco di santo, però mi rendo conto che anche il mondo è cambiato, e non certo per il meglio. Comincio a pensare che in fondo tu non sia così pigro e sfaticato come sembri."
Sospiro e la guardo negli occhi. "Non ho mai smesso di cercare il modo di farmi una vita, una casa, una famiglia. So bene che restare da voi non è il massimo per nessuno, ma non è colpa mia se là fuori ci sono più proiettili da schivare che occasioni da cogliere."
"Lo so. Ma sono sicura che, in un modo o nell'altro, un giorno ce la farai."
"O forse no." Scrollo le spalle. "Che importanza ha? Intanto grazie a questa merda svizzera ho appena fatto pace con mia madre, ed è già qualcosa."
Mi sorride con gli occhi lucidi. "Ho letto quella cosa che avete messo su internet tu e quel Gianni. Guarda che a scrivere non sei così male, forse potresti continuare."
"Bah. Al giorno d'oggi chi è che ti paga per scrivere? E poi per tirare fuori qualcosa di mio non basta scopiazzare da Wikipedia. Bisogna studiare, fare ricerche, scervellarsi, fare notti in bianco senza alcuna garanzia di cavarne il becco di un quattrino. Non so se è un buon affare, mamma, non sono convinto."
"Be', non dev'essere per forza un lavoro. Molti lo fanno per hobby. Potrebbe essere un passatempo più sano di quegli amici alcolizzati che ti ritrovi, per esempio."
Mi alzo e mi affaccio alla finestra, perplesso. 
"Ne avete fatte di cotte e di crude con Sugar, il Duca e gli altri" insiste lei. "Potrebbe essere divertente raccontarne qualcuna, anziché combinarne delle altre. No?"
"Sì, be'... magari un giorno si potrebbe anche fare. Una cosetta tra amici, giusto per ammazzare il tempo tra una rogna e l'altra."
Sogghigno. "Con un titolo strambo magari" butto lì. "Una cosa tipo Volevamo essere cattivi, ma non ci siamo riusciti."

lunedì 11 ottobre 2021

5. Appuntamento alla Mustacchio Edizioni (seconda parte)

 


Tornato a casa, mi connetto a Wikipedia e copio tutta la pagina dedicata a Lisbona su un foglio di Word. Elimino qualche paragrafo, ne inverto altri e sostituisco alcune parole con sinonimi più ricercati. Lascio passare due giorni, per dare a Mauro l'impressione che stia lavorando; dopodiché gli telefono, mi faccio dare la sua email e gli spedisco il file. 
Mi richiama dopo qualche ora. "Non ho mai letto una cosa del genere, e non esagero. Ti voglio subito nella nostra squadra prima che ti trovi qualcun altro! Sarai il nostro numero dieci, il fantasista, genio e sregolatezza, dribbling fulminei e assist al bacio, il Robi Baggio della Mustacchio Edizioni. Fissiamo un colloquio."

Per il colloquio mi tocca aspettare un mese; Mauro è fuori per lavoro. Nel frattempo mi porto avanti ritoccando altre pagine di Wikipedia e siti di agenzie turistiche su varie città e località famose. 
Mi ripresento a Monfalcone vestito della mia prestigiosa nonché unica eredità - un completo scuro vecchio di trent'anni, ma ancora in perfette condizioni - con una cartella piena di materiale già pronto da pubblicare. 
Nella stanza dove ho conosciuto Mauro c'è una sedia in più, occupata da un suo coetaneo senza capelli che si presenta come Gianni, professione webmaster freelance. 
"Vedo che ti sei dato un gran da fare!" esclama Mauro, osservando compiaciuto la cartella che gli ho posato davanti. "Peccato che abbiamo appena annullato tutto."
Resto a bocca aperta. "Ma che cazzo."
"Non fare così. È che purtroppo non siamo abbastanza coperti politicamente - non scenderò nei dettagli - e come se non bastasse sta per partire un nuovo progetto che assorbirà buona parte delle nostre risorse. Allo studio Mustacchio & Soci e alla Mustacchio Edizioni si aggiungerà presto la Mustacchio Viaggi, un'agenzia destinata a rivoluzionare per sempre il mondo delle gite organizzate. Parti turista e torni architetto, grazie a uno speciale programma che unirà l'utile al dilettevole, lo studio allo svago, il riposo allo stimolo intellettuale. Sarà come prendere una laurea breve senza aprire neanche un libro, infatti oltre alla brochure forniremo attestati di partecipazione che varranno addirittura come crediti universitari."
Comincio a innervosirmi. "Un po' come dire che mi stai fregando."
Mauro si fa serio. "Così mi ferisci. Non dirlo più. Se ti ho fatto venire fin qui è perché intendo assegnarti un nuovo incarico: alla Mustacchio Edizioni serve un sito internet all'altezza della sua fama, e tu e Gianni siete le persone che fanno al caso nostro."
Non mi fido. "E chi mi dice che tra un mese non annulli anche questo?"
"Forse questi?" Mauro apre il portafoglio e mi allunga seicento euro in contanti. 
"E altri mille a lavoro concluso" aggiunge. 
Sento puzza di bruciato, ma quei soldi mi servono. 
"Ma un contrattino?" butto lì. 
"Certo, ma quello lo definiamo con calma alla prossima riunione. Oggi vado di fretta, ti lascio qui con Gianni, siete due grandi, buon lavoro grandissimi, ciaociaociaociaociao" e se la svigna sculettando. 
Gianni mi sorride. "Tranquillo, fa sempre così."

Questo webmaster di nome Gianni è un tipo a posto: cortese, competente, pragmatico, non si perde in chiacchiere. 
Mi spiega subito la struttura del sito, mi dice quanti e quali testi dovrò preparargli, ci scambiamo i contatti e ci teniamo aggiornati. 
In una settimana il lavoro è fatto. 
Gianni organizza una conferenza a tre con il boss. Ci troviamo su Skype: dallo sfondo si capisce senza ombra di dubbio che Mauro è nel suo ufficio di Monfalcone, nonostante millanti viaggi di lavoro in ogni angolo del globo. Gli diamo l'indirizzo del sito.
"Non voglio vederlo" replica Mauro, glaciale. "Chiariamo subito una cosa, ragazzi: non funziona così. Dov'è la mia relazione?"
"Relazione?" domanda Gianni perplesso. 
"Sì, la relazione. Se uno è un professionista - e mi aspettavo che voi lo foste - porta sempre una relazione. Non sei nessuno se non hai con te una relazione."
Mi permetto di obiettare: "Se il lavoro è un sito internet basta guardare il sito, no? Voglio dire, è il tipo di lavoro che si mostra da sé. A cosa serve una relazione?"
"Santo cielo cos'ho appena sentito." Mauro si mette le mani faccia. "Cos'ho sentito! Guarda, adesso conto fino a dieci e poi mi dimentico di quello che hai detto, perché altrimenti come prima cosa annullo l'intero progetto, poi faccio un paio di telefonate e vi rovino per sempre. Tutti e due."
Si apre una finestra privata con un messaggio testuale di Gianni: "Fa' il cane bastonato, al resto ci penso io."
Abbasso lo sguardo. "Hai ragione Mauro, perdonami, sono ancora un ragazzino alle prime armi e vengo da una fabbrica. Devo ancora trovare la dimensione del freelance. Sono sicuro che grazie a te imparerò in fretta, ce la metterò tutta, giuro."
"Io non voglio giuramenti né scuse!!!" esplode Mauro. "Io voglio..."
"È colpa mia" interviene Gianni. "Credevo fosse una cosetta tra amici come l'ultima volta, non avevo realizzato la portata del progetto. Ho diretto io le operazioni e al ragazzino l'ho messa giù facile come una mano di briscola. Mea culpa. Tra una settimana avrai una relazione coi fiocchi, hai la mia parola."
"Una settimana?! Avete due giorni, capre incompetenti, altrimenti abbiamo chiuso!" e spegne la chat. 
"Ma questo che problema ha?!" sbotto. 
"Figlio di ricchi" racconta Gianni, "cresciuto nella bambagia. Quelli come lui sono abituati a badare più alla forma che non alla sostanza. Detto tra noi, lo studio Mustacchio & Soci ha costruito solo un albergo a Caorle e un negozietto a Udine, il resto sono solo concorsi falliti e progetti immaginari per imbucarsi ai congressi dei radical chic."
"Ma almeno la casa editrice esiste?"
"Sì, e hanno anche i soldi per pagarci. Ce la fai a non dormire per due giorni?"
Sospiro. "Vabbè, Gianni, abbiamo fatto trenta. A 'sto punto facciamo anche trentuno." 


5. Appuntamento alla Mustacchio Edizioni (prima parte)

 


Mi nascondo per un po'. Ne ho abbastanza di alcol, trasferte e illegalità. 
Do una mano in casa per cercare di recuperare punti agli occhi dei miei, e di tanto in tanto sfoglio gli annunci di lavoro giusto per ammazzare il tempo. 
Non ho particolari aspettative, ma provo una sorta di amaro divertimento nel leggere cose come "Cercasi banconiera laureata", "Ventenni con esperienza decennale" o "Volantinatrici full-time 7 giorni su 7: stipendio da definire".  
Un'altra cosa interessante è che le offerte "si intendono rivolte ad entrambi i sessi ai sensi del D.Lgs. 198/06" ma sono tutte declinate al femminile. 
Dopo qualche settimana, però, un annuncio mi balza all'occhio:
"Offro semplice lavoro di segretariato. Unici requisiti: puntualità, impegno e costanza."
Segue recapito telefonico. 
Niente richieste assurde, niente riferimenti al dover per forza avere un paio di tette, e quel vago alone di mistero che finisce inevitabilmente per incuriosirmi. 
Compongo il numero. 
Mi risponde un uomo dalla voce chiaramente effeminata. Garantisce che no, non occorrono lauree né particolari esperienze; il lavoro è davvero molto semplice, chiunque può impararlo in mezza giornata o anche meno, e la paga sarà a norma di legge, col contratto, i contributi e tutto il resto. 
L'unico problema è che io chiamo da Trieste mentre lui si trova a Monfalcone. 
Ci penso su. Ho dei begli occhi, un bel sedere e potrei farmelo amico anche se non giochiamo nella stessa squadra, sempre che il lavoro non consista proprio in quello
Però in tal caso sarei sempre in tempo per filarmela. Insomma, vale la pena fare un tentativo. 
"E sarebbe un problema? Guardi che sono venti minuti di treno. Se si tratta di lavoro io a Monfalcone ci vengo anche subito."
"Questa è un'affermazione che mi colpisce molto. A volte la forza d'animo di voi giovani è così commovente. Ti va di conoscerci domattina?"
Mi comunica l'indirizzo. 
"Ma certo, vogliamo fare alle nove?"
"È perfetto, sì, assolutamente perfetto domattina alle nove. Ci troviamo alle nove, perfetto, ciaociaociao ci vediamo alle nove, perfetto, ciao. Alle nove eh?"

L'ufficio è un comune appartamento in pieno centro, facilissimo da individuare. 
Mi accoglie un omino di mezza età ben rasato, con un completo rosa pallido e movenze che ben si intonano alla voce flautata. Mi guarda con occhietti vispi e colmi di meraviglia, manco fosse davanti a un dipinto d'autore. 
"Benvenuto alla sede legale della Mustacchio Edizioni. Architetto Mauro Mustacchio, titolare dell'omonimo studio di architettura nonché della casa editrice stessa. È davvero un piacere conoscerti!"
Mi accompagna in una stanza munita di due comode poltrone girevoli, un'ampia scrivania e un grosso pc vecchio modello. Mi versa un bicchiere d'acqua fresca, poi parte a razzo illustrandomi le memorabili imprese dello studio Mustacchio & Soci. La loro è un'architettura completamente fuori dal comune, spiega gesticolando tutto concitato. 
Non è un lavoro, è una missione. Valorizzare il territorio senza stravolgerlo, bensì restituendo le preesistenze al loro antico splendore assecondando al contempo le esigenze delle comunità locali, non senza un occhio di riguardo per il patrimonio naturale e faunistico.
Prima che possa interromperlo, tira fuori da un cassetto un mucchio di disegni e progetti, sparpagliandoli dappertutto. 
"Guarda qua, guarda che roba!" esclama pieno d'orgoglio. "Questo è un concorso per un villaggio turistico a Tel Aviv, colpa dei politici se non ce l'abbiamo fatta. Però che esperienza!"
Mi sforzo di seguirlo. 
"Questo è un progetto per il nuovo porto commerciale di Livorno, ci abbiamo messo anche una trattoria di pesce galleggiante. Qui invece eravamo in India a costruire un ospedale all'avanguardia, poi ci siamo presi la malaria così ci siamo ricoverati da soli e mentre ci curavano progettavamo gli esterni..." 
"Sì ma" fingo un colpetto di tosse, "lei mi aveva detto che non serve la laurea."
Mustacchio solleva lo sguardo. "Infatti non è questo il punto. Smettila di darmi del lei, chiamami Mauro. Ti ho già detto che abbiamo anche una casa editrice? Ovviamente non è una casa come le altre, anzi non è nemmeno una casa. È più un vento, un vento di cambiamento. Perché noi siamo di nicchia, ma parliamo al popolo. Pubblichiamo libri di architettura fatti per essere letti da chi non è architetto. Usciamo dalla nicchia per diffondere il verbo in ogni dove, così che un domani tutti capiscano che il nostro è al contempo il mestiere più antico e il più moderno, e che senza l'architettura - la nostra architettura - la vita su questo pianeta sarebbe impossibile."
Dopo una pausa ad effetto, proclama solennemente: "Quando il nostro lavoro sarà finito, l'architettura in questo Paese sarà una religione."

Comincio a pensare che Mauro sia un pazzo a piede libero, e ho quasi paura di chiedergli in cosa consisterebbe l'incarico, ma lo faccio ugualmente perché tanto ormai siamo in ballo.
"Non è nulla di che. È solo che noi della Mustacchio & Soci siamo quasi sempre fuori città per lavoro, e mi serve una persona che rimanga qui a rispondere alle telefonate, esibire i registri in caso di controlli della Guardia di Finanza e dare un'occhiata ai miei genitori, che sono anziani e abitano nella casa qui accanto." 
"Ma è davvero tutto qui? Allora posso cominciare anche subito."
Mi sorride affettuosamente. "Nah, non fa per te. Non ti prendo, mi spiace."
"Ma..." rimango senza parole e allargo le braccia. 
"Vedi caro, il fatto è che ho studiato molto e ormai leggo praticamente nel pensiero. Mentre parlavamo ho già capito che questo impiego non fa proprio al caso tuo."
"Mentre tu parlavi" lo correggo. "Sono diplomato, incensurato e disoccupato. Vengo da fuori città apposta per te, mi sorbisco due ore di stronzate architettoniche e non mi fai fare neanche una settimana di prova?"
"Già, proprio così" risponde pacato. "Però mi rendo conto che ce l'hai messa veramente tutta e mi dispiacerebbe se un così bravo ragazzo se ne andasse con quel faccino deluso. Mi permetti di offrirti la colazione? Conosco un posticino dove fanno di quelle paste creme che a Trieste ve le sognate."
"Mi sembra il minimo."
Mi porta in un bar pasticceria davanti alla chiesa, dove mi vendico ordinando qualunque cosa mi capiti a tiro. 
Mauro mi guarda strafogarmi mangiandomi con gli occhi. 
A un certo punto sbuffa. "Sono nella merda, sai? C'era in ballo un'intera collana di guide turistiche, una cosa innovativa, mai vista prima. Roba da affossare quelli della Lonely Planet nel giro di pochi mesi. Affido tutto a una brillante studentessa, le do carta bianca e quella che fa? Sul più bello mi rimane incinta e molla tutto."
Piega il capo da un lato, si umetta le labbra e si avvicina a me sussurrando maliziosamente: "Non ci si può proprio fidare delle donne, vero?"
Contromossa: butto giù in fretta e furia il quarto tramezzino, appoggio il gomito sul bancone e faccio lo sguardo sexy, ma un attimo prima che le nostre labbra si incontrino lo blocco con una mano sul petto: "Assegnami un articolo" sussurro in risposta, fissandolo con occhi penetranti. "Su una città qualunque. Te lo faccio gratis. Se non ti piace lo butti, se ti piace il lavoro è mio. Come la vedi?" 
Mauro rimane immobile. I nostri sguardi restano incatenati per una manciata di istanti. 
"Lisbona?" mormora con un gemito di piacere.
Annuisco. "E Lisbona sia. Mi faccio vivo io."
Lo mollo al bar col conto da pagare e salto sul primo treno per Trieste. 


4. Benedetta trasferta (finale)

 


Veronesi. 
La loro squadra milita in serie A e ha già concluso il campionato con una meritata salvezza, così nessuno li ha tenuti in considerazione, nonostante siano da sempre gemellati con Trieste e nemici giurati dei vicentini.
Non portano sciarpe né bandiere: li riconosci dal fatto che sono tutti rasati a zero, vestiti completamente di nero e il più magro pesa un quintale. 
Sono circa duecento, divisi in due gruppi, uno per ciascun lato della nostra curva. 
Armati di spranghe e catene, spazzano letteralmente via i poliziotti in poche decine di secondi; quindi invitano i vicentini a scavalcare. 
Nel frattempo, molti triestini scavalcano dal lato opposto per dare man forte ai loro alleati.
La battaglia ha inizio. 

La partita si interrompe e le forze di polizia si ritirano ai margini del terreno di gioco, da dove cominciano a scagliare lacrimogeni. Triestini, vicentini e veronesi si azzuffano in un groviglio di corpi. Volano cinghiate, coltellate, seggiolini divelti e bombe carta. 
È un massacro. 
Spedisco un sms a mia madre: "Forse facciamo un po' tardi". Spengo il telefono, scuoto mestamente il capo e mi aggrappo al boccione del Duca. 
Mentre ai lati infuriano gli scontri, un esiguo manipolo di irriducibili guidati dal nostro capo ultrà invadono il campo di gioco e ingaggiano un furioso corpo a corpo con i poliziotti. 
Il settore ospiti è quasi vuoto quando iniziano a piovere pietre e mattoni. Qualche imbecille è riuscito a far passare sacchi di materiale edile ed è abbastanza forte da lanciarne il contenuto al di là delle barriere, verso di noi, verso le poche persone che si astengono dal prendere parte ai tafferugli. 
Vogliono uccidere gli innocenti. 

"Si mette male, eh?" fa una voce alla mia destra. Mi giro istintivamente. 
Al mio fianco c'è il Sindaco di Trieste in persona, impassibile dentro un elegante completo blu scuro con cravatta bordeaux. 
"Sentono il tempo come le capre o cosa? Io proprio non li capisco. È vino bianco, quello?"
"C'è anche un po' di pompelmo da discount, ma il vino è di quello buono."
"Mi passi una di quelle cannucce, sia gentile. Potrebbe essere l'ultima volta che mi faccio un drink."
Si dà una sistematina ai vestiti e si mette seduto. Io da una parte, il sindaco dall'altra, il boccione nel mezzo, mentre attorno a noi le pietre sfondano i seggiolini. 
Sfila una Marlboro dal taschino e me la fa accendere. Faccio un tiro e mi accorgo che mi tremano le mani. 
"Signor sindaco, adesso che cazzo facciamo?!"
"Lei ha mai letto L'arte della guerra di Sun Tzu?"
Scuoto la testa. Il primo cittadino lascia partire un anello di fumo verso l'alto, scrutando distrattamente l'orizzonte. 
"Con ordine, affronta il disordine; con calma, l'irruenza. Questo significa avere il controllo del cuore" cita a memoria. "Sappiamo dove cadrà il prossimo mattone? No. Siamo in grado di contrattaccare? No. Abbiamo strumenti con cui difenderci? Nemmeno. Io non sono in grado di strappare il seggiolino e usarlo a mo' di scudo, non ho mai capito dove questi scalmanati trovino la forza per fare cose del genere."
"Neanch'io."
"Dunque non ci rimane che seguire il consiglio di Sun Tzu. Restiamo calmi e godiamoci vino e sigarette ordinatamente, un sorso dopo l'altro, una fumata dopo l'altra. Mi rendo conto che come strategia lascia a desiderare, ma vede, ci sono momenti nella vita in cui l'unica cosa che un uomo può fare è restarsene fermo e confidare nella sorte, e questo è precisamente uno di quei momenti."
Lo osservo ammirato. "Mi sa che ha ragione lei." 
"Non per vantarmi, ma se ho vinto le elezioni un motivo ci sarà."

E così ce ne restiamo seduti l'uno accanto all'altro, a bere e fumare, mentre attorno a noi gli scontri si placano a poco a poco. Rinforzi della polizia accorrono in tutti i settori dello stadio, stroncando le sommosse a suon di manganellate. 
Contro ogni previsione, le autorità ordinano di ricominciare la partita. 
Il Duca mi raggiunge con la maglia strappata e un labbro tumefatto; il sindaco si fa cortesemente da parte e mi saluta con un cenno del capo, mescolandosi a quel che resta della tifoseria. La Triestina si chiude in difesa e strappa un pareggio che la mantiene in serie B a scapito della squadra rivale. 

Il viaggio di ritorno non prevede soste; il capo ultrà intima al conducente di dirigersi a Trieste alla massima velocità, poi trasmette ai suoi uomini sparsi nei vari automezzi l'ordine di confluire tutti verso Piazza Unità d'Italia, dove ai tifosi reduci dalla trasferta si uniscono migliaia di concittadini, rimasti a seguire la battaglia di Vicenza via radio o internet dalle rispettive abitazioni. 
I festeggiamenti durano tutta la notte. I bar del centro restano aperti e strapieni fino al mattino seguente. Bandiere e sciarpe vengono affisse in ogni dove; un maggiolino targato Udine viene scoperto nel parcheggio antistante la piazza, sollevato di peso e gettato in mare tra l'ilarità generale. 

Due giorni dopo, il Duca mi invita a colazione. Deve ridarmi il portatile come ha promesso. 
Ancora mezzi ubriachi ordiniamo capo in b, krapfen e spremuta. 
Dopo un paio di bocconi il Duca agguanta una copia del Piccolo, poi resta di sasso. 
"Non posso crederci" mormora. "Noi ci siamo salvati, ma questo qui ha vinto tutto. Indovina chi è finito in prima pagina."
Mi allunga il giornale. L'occhiello dice "Appello del Santo Padre contro la violenza negli stadi"

Gigi, quella specie di barbone che si era addormentato in fondo al pullman, appare in fotografia con un sorriso sdentato e la tuta sporca di minestra, accanto al Papa in persona. 
Abbracciati come fratelli. 


domenica 10 ottobre 2021

4. Benedetta trasferta (parte seconda)

 


La domenica seguente una carovana di autobus si raduna al Molo Pescheria alle sette del mattino. 

Il Duca si presenta con un boccione da diciotto litri di quelli che si usano negli uffici, contenente quindici litri di vino bianco e tre di pompelmo, con cannucce da cocktail lunghe un metro. C'è anche un tale con un intero prosciutto sottobraccio e tutto l'occorrente per affettarlo a bordo della corriera. Normalmente sarebbero dettagli come questi a catturare l'attenzione, non fosse che all'ultimo posto siede un tizio in tuta da operaio che nessuno ha mai visto prima, con un'insalatiera piena di minestra di bobici. Mangia la minestra con le mani, sporcandosi da capo a piedi e guadagnandosi l'interrogatorio del temibile capo ultrà, tanto clemente coi sottoposti quanto spietato con gli invasori. Un capellone che non supera il metro e sessanta, in compenso ha due braccia come tronchi e un paio di lauree in tafferugli, imboscate e armi non convenzionali. 
"Chi sei?" domanda perentorio. 
"Io sono Gigi" risponde l'altro, tirando fuori mezza salsiccia e offrendogliela con la mano gocciolante di minestra. 
Il capo ultrà guarda il pezzo di carne e comincia a iperventilare. "Di cosa ti sei strafatto, Gigi del cazzo, si può sapere?"
"Un po' di tutto, ma è stato molto tempo fa. Ora ho messo la testa a posto... o almeno quel che ne rimane."
"Ma soprattutto, cosa ci fai a bordo del nostro pullman? Perché tu non sei dei nostri, te lo leggo in fronte." 
"In effetti no" risponde candidamente Gigi. "Non desidero far parte della vostra comunità. Mi sono infiltrato perché qui costava meno. Sto partendo per un'avventura."
Le narici del capo ultrà si dilatano e le mani da carpentiere cominciano ad aprirsi e chiudersi nervosamente. Non siamo ancora partiti e sta già per scapparci il primo ferito. 
Si comincia alla grande. 
"Faccio scalo a Vicenza e poi proseguo verso sud. Devo incontrare Sua Santità il Papa."
A quelle parole quasi tutta la corriera si scompiscia dalle risate, mentre io e pochi altri osserviamo preoccupati la reazione del capo. 
Gigi lo fissa placidamente, disarmato e disarmante. È come se sotto quella tuta chiazzata di minestra e quella faccia da tossico albergasse un misterioso carisma; sta di fatto che il comandante della spedizione, con nostra grande sorpresa, scuote il capo e se ne torna al suo posto senza torcergli un capello. 

Il conducente mette in moto e la festa ha inizio. L'alcol scorre a fiumi, droghe di ogni tipo girano liberamente di sedile in sedile, la gente canta a squarciagola incitata dal capo ultrà, pronto a prendere a cazzotti chiunque non sia disposto a sgolarsi in nome del sacro vessillo rossoalabardato della Triestina Calcio. 
Dopo pochi minuti Gigi si addormenta come un bambino nonostante il frastuono, con una mano dentro l'insalatiera di zuppa. Arrivati a Lisert siamo già così ubriachi e fatti da esserci scordati completamente dell'intruso. 
Il viaggio è un'odissea di corriere che sbagliano strada, furgoncini che si aggregano, autogrill presi d'assalto, mentre dai cellulari arrivano notizie di squadriglie di cani sciolti infiltrati su questo o quel treno, gente arrestata strada facendo o intercettata dagli storici rivali dell'Udinese, che pattugliano il Friuli armati fino ai denti per cercare di impedirci il passaggio. 

Arrivati a destinazione, veniamo scortati dalla polizia fino all'ingresso dello stadio e perquisiti accuratamente uno ad uno. 
Le scorte di droga sono già esaurite da un pezzo, mentre il boccione del Duca contiene ancora più di cinque litri di vino e pompelmo. 
"Lei con questo non passa" avverte una poliziotta. 
"Invece sì" controbatte il Duca. "Come può vedere l'oggetto non ha un tappo, ergo non può essere scagliato senza svuotarne il contenuto. La plastica non è contundente e la tara è risibile."
L'agente scambia un'occhiata perplessa col collega al suo fianco, poi si vede costretta a dargli ragione. 

Ci accomodiamo nello spicchio di curva riservato ai triestini. Le sezioni laterali sono state lasciate appositamente vuote, onde impedire il contatto tra tifoserie rivali. Intuendo la mossa degli sbirri, molti veterani della curva vicentina si sono posizionati nelle tribune e studiano un modo per oltrepassare le barriere che ci separano, ma due file di agenti in tenuta antisommossa si frappongono tra loro e l'obiettivo, così i primi venti minuti dell'incontro trascorrono in modo relativamente tranquillo: i tifosi si producono nei consueti schiamazzi, la partita fa schifo come avevo ampiamente previsto ed io continuo indisturbato a succhiare vino dalla cannuccia. 

A un tratto, uno spaventoso urlo di guerra si innalza fino al cielo. 


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